PRAL è una sigla che indica letteralmente il potenziale di carico acido renale.
Si tratta di un metodo scientificamente validato, frequentemente utilizzato per calcolare il bilancio chimico delle molecole acidificanti e alcalinizzanti di un alimento o di un integratore.
Grazie a questo metodo, non solo si stabilisce il pH di un composto, ma si stima la relativa capacità di interazione con il sangue umano.
In sintesi, il PRAL determina l’effetto chimico acido-base di un composto sull’organismo umano.

I fattori da valutare per la stima del PRAL sono:

  1. Proteine totali
  2. Zolfo degli amminoacidi solforati
  3. Fosforo
  4. Potassio
  5. Magnesio
  6. Calcio
  7. La produzione di acidi e basi endogeni rispetto al contenuto dei singoli minerali e amminoacidi coinvolti.

I prodotti con PRAL negativo (PRAL – ) risultano potenzialmente alcalinizzanti (es. ortaggi e frutti) innalzando il PH sanguigno; mentre gli alimenti caratterizzati da PRAL positivo (PRAL +) possiedono un effetto acidificante (es. la carne, i derivati del latte, il pesce e il tuorlo d’uovo) abbassando il PH sanguigno.

Nello specifico, gli alimenti con PRAL + aumentano sensibilmente la presenza di ioni idrogeno nel sangue e l’eliminazione del calcio attraverso le urine. Questo meccanismo è decisamente fondamentale nella valutazione di una dieta sana ed equilibrata, soprattutto quando si prendono in esame alcuni soggetti ad alto rischio di osteoporosi: l’eliminazione urinaria del calcio, infatti, favorisce l’impoverimento della densità scheletrica, alzando così l’indice di rischio per l’insorgenza di osteoporosi nella terza età.
Si evince quindi che, per ottenere un regime alimentare equilibrato, è necessario dosare correttamente gli alimenti alcalinizzanti, utili a contrastare gli effetti negativi di quelli con PRAL+.

Per creare una dieta efficace, equilibrata e soprattutto sicura, rivolgiti al Dott. Giuseppe Pisano.

L’indice glicemico rappresenta la capacità dei carboidrati contenuti negli alimenti di innalzare la glicemia, ovvero il valore che indica la quantità di glucosio presente nel sangue.

Per quantificare l’indice glicemico di un alimento si fa riferimento ad un valore standard, che nella fattispecie è l’indice glicemico di 50 grammi di glucosio o di pane bianco (IG=100).
È necessario assumere 50 grammi dell’alimento da analizzare e monitorare i livelli glicemici nelle due ore successive. Tali valori andranno poi confrontati con quelli dello standard di riferimento.
Se ad esempio un alimento ha indice glicemico pari a 60, significa che ingerendo 50 grammi di quel dato alimento la glicemia sale del 60% rispetto a quanto avviene con 50 grammi di pane bianco.
Alcuni carboidrati vengono assorbiti velocemente e determinano un aumento rapido della glicemia (IG alto);
altri invece rilasciano il glucosio più lentamente (IG basso).

L’indice glicemico è influenzato dalla composizione nutrizionale complessiva dell’alimento o del pasto.
Nello specifico:

  • Fibre, grassi e proteine lo riducono;
  • La maturazione dei frutti lo aumenta;
  • Tipo di glucide in oggetto; il glucosio ha il maggior indice glicemico, mentre il fruttosio quello più basso. L’amido crudo è indigeribile e tutti gli amidi hanno una struttura diversa tra loro, con indici glicemici differenti. L’amido resistente ha un indice glicemico molto basso;
  • Stato di idratazione, poiché i carboidrati “secchi” sono poco digeribili, idratandoli si aumenta l’indice glicemico. Troppa tuttavia, può sortire l’effetto opposto;
  • La cottura dei carboidrati li idrolizza, rendendoli più facilmente digeribili e velocemente assorbibili, aumentando l’indice glicemico. Tuttavia, se la composizione è mista possono subentrare fattori di riduzione della digeribilità proteica, glicazione ecc.;
  • La cottura delle fibre le rende più solubili, quindi meno indigeste ma più capaci di gelificare il contenuto digerente. L’impatto è controverso.

È fondamentale però fare una distinzione, specificando il concetto di carico glicemico:
questo parametro si ottiene rapportando l’indice glicemico di un certo alimento, alla sua porzione media. E’ quindi sufficiente moltiplicare l’IG di un dato carboidrato (es. fruttosio IG=20) per la quantità assunta (ad esempio 30 grammi). Nel caso specifico il carico glicemico del pasto è pari a 20 x 30= 600.
Per non ingrassare e tenere sotto controllo glicemia ed appetito la quantità di ciò che si mangia è dunque più importante dell’indice glicemico del singolo alimento. Escludere dalla propria dieta alcuni cibi solo perché hanno un indice glicemico elevato non ha alcun senso, basta, semplicemente, avere un rapporto equilibrato con il cibo evitando gli eccessi.

Condurre un regime dettato dal consumo di alimenti ad alto indice glicemico incrementa diversi rischi, tra cui:

  • la glicemia sale  più rapidamente;
  • la risposta insulinica è più marcata;
  • l’organismo si abitua ad utilizzare, preferenzialmente, gli zuccheri al posto dei grassi;
  • lo stress ossidativo aumenta provocando invecchiamento precoce e rischio oncologico;
  • dopo 2-4 ore la glicemia scende e torna la fame;
  • nel tempo si crea un sovraccarico di lavoro per il pancreas che causa inizialmente insulinoresistenza e successivamente la comparsa del diabete;
  • il rischio di carie dentaria è maggiore.

Generalmente, per quanto riguarda gli sportivi, è sconsigliata l’assunzione di troppi alimenti ad alto indice glicemico prima della competizione o dell’allenamento: il consumo di zuccheri semplici farebbe infatti aumentare rapidamente la glicemia stimolando la secrezione di insulina con conseguente ipoglicemia secondaria, diminuzione dell’ossidazione dei grassi e possibile rapida diminuzione delle scorte di glicogeno.
I carboidrati ad alto e moderato indice glicemico sono invece utili per favorire il recupero nel post-allenamento.

Gli alimenti a basso indice glicemico hanno un notevole effetto sul rischio cardiovascolare in quanto attenuano l’iperinsulinemia postprandiale e favoriscono un aumento del colesterolo buono (HDL).
In questo caso, per gli sportivi l’assunzione di alimenti a basso indice glicemico prima della competizione ha un effetto positivo sulla performance.
Tenendo conto di tutte queste varianti, è fondamentale trovare il giusto equilibrio che ci permetta di condurre una sana alimentazione. Affidarsi ad un professionista è fondamentale per garantire sicurezza, salute e benessere al nostro corpo.

Celiachia, intolleranza e allergia sono tre disturbi diversi, le cui cause sono ben distinte.

La celiachia è una malattia autoimmunitaria che colpisce solo soggetti geneticamente predisposti. In questi casi, le cellule del sistema immunitario, innescate dal contatto con il glutine, attaccano la mucosa dell’intestino tenue, distruggendo i villi (piccole protuberanze a forma di dito responsabili dell’assorbimento dei vari nutrienti e minerali che, attraverso la parete dell’intestino tenue, vanno a finire nel sangue) e determinano, a lungo andare, malassorbimento e malnutrizione.

I fattori essenziali, quindi, per lo sviluppo della malattia celiaca sono:
– una dieta con cereali contenenti glutine;
– presenza di specifiche sequenze nei geni che definiscono la struttura con cui le nostre cellule immunitarie riconoscono i diversi elementi che vengono a contatto con esse.

I sintomi della celiachia sono estremamente variabili:
nella cosiddetta FORMA CLASSICA (di solito con ESORDIO DA BAMBINI) dominano i sintomi e i segni da malassorbimento, come episodi di diarrea, meteorismo (addome gonfio) anche marcato, dolori addominali crampiformi e scarso accrescimento.

Tuttavia, sempre più frequentemente la celiachia si manifesta in ETÀ ADULTA con sintomi extra-intestinali aspecifici (detti anche SINTOMI ATIPICI), tra i quali, ad esempio, anemia da carenza di ferro, osteoporosi, debolezza muscolare, disturbi della fertilità e ripetuti aborti spontanei, alterazioni della coagulazione, afte orali, alopecia, formicolio a livello delle mani e dei piedi e convulsioni.
Spesso, però, questi sintomi sono lievi e la diagnosi corretta richiede anni.

Questa patologia può anche manifestarsi con i sintomi delle malattie associate ad essa: le malattie autoimmuni della tiroide, il diabete di tipo 1, la psoriasi, la gastrite, le epatiti autoimmuni e, soprattutto, la dermatite erpetiforme di Duhring, malattia caratterizzata da vescicole estremamente pruriginose che compaiono sulla superficie degli arti, sulla schiena e sui glutei.

L’intolleranza invece è un fenomeno di ipersensibilità. Si scatena, una sorta di meccanismo di accumulo, per cui un eccesso di glutine genera l’insorgenza di sintomi quali diarrea, gonfiore addominale, mal di pancia, crampi, perdita di peso.
Anche in questo caso, i sintomi possono essere dolore e disagio del tratto digestivo, costipazione cronica o diarrea (talvolta alternati, simulando in tal senso una sindrome da colon irritabile), difetto della crescita nei bambini, anemia (apparentemente ingiustificata e che non risponde all’integrazione alimentare marziale) e stanchezza.

Infine l’allergia è mediata dal sistema immunitario, in particolare dall’azione delle immunoglubuline che causano una reazione allergica, quasi immediata (a distanza di minuti o di ore), in seguito a ingestione di un dato alimento.

Chi soffre di queste patologie è pertanto obbligato a sospendere l’assunzione di glutine per tutta la vita ed è dunque fondamentale limitarsi al consumo di prodotti con la dicitura “senza glutine”, dato che in questi soggetti non vengono tollerate neanche le contaminazioni.

Soprattutto in questo caso è fondamentale rivolgersi ad un professionista per creare un programma alimentare sano, equilibrato e completo!
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La dieta personalizzata è il regime alimentare più valido ed efficace per perdere peso, poiché permette di dimagrire senza rischi per la salute e in modo duraturo

Si tratta di una dieta elaborata sulla base delle specificità ed esigenze nutrizionali di ogni persona. I fattori basilari che si vanno a considerare sono:

  • peso
  • altezza
  • età
  • sesso
  • stile di vita
  • preferenze alimentari.

Lo scopo è quello di creare un piano alimentare facile da inserire nella nostra routine quotidiana, che rispetti le nostre esigenze e che garantisca risultati evidenti e duraturi in sicurezza.

Molto spesso sul web ci si imbatte in diete veloci preconfezionate, generalmente molto drastiche, che attirano con la promessa di un dimagrimento veloce.  Questi regimi creano un vortice di abitudini sbagliate e di conseguenze pericolose, come ad esempio l’effetto yo-yo. Le diete restrittive, infatti, oltre ad essere dannose per la salute del nostro organismo, a causa dell’eccessiva rigidità, una volta terminate portano a mangiare tutto ciò che ti sei negato nel periodo della dieta e anche di più.

La dieta personalizzata, invece, è un percorso  di educazione alimentare che ti insegna a mangiare bene per stare in salute e in pace con il tuo corpo. Si tratta di imparare regole che devono entrare nella quotidianità per il resto della vita.

Una dieta fatta su misura per te, infatti, non comporta sacrifici impossibili e si adatta alle tue esigenze e ai tuoi ritmi di ogni giorno.

Proprio per questo motivo funziona: tarandola sulle necessità di ogni individuo, è modellata sui suoi gusti non costringe a sacrifici o forzature. In sintesi, è equilibrata, sana e semplice da seguire.

Se, al contrario, la dieta non è personalizzata, rischia di risultare impossibile da seguire nel lungo periodo, di non produrre effetti oppure di sottoporre l’organismo ad uno stress, soprattutto nel caso in cui preveda un apporto di calorie e nutrienti inferiore al fabbisogno: il rischio, in questo caso, è un dimagrimento troppo drastico, spesso seguito da un rapido recupero del peso perso.

Rivolgiti al Dott. Giuseppe Pisano per maggiori informazioni e crea un percorso alimentare dedicato esclusivamente a te!

 

 

 

Uno studio condotto dal Dott. Samir Giuseppe Sukkar (primario di Dietetica e Nutrizione Clinica dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova), ha evidenziato che la dieta chetogenica assume una valenza antinfiammatoria quasi simile a quella dei farmaci anti-citochine, nella lotta contro il Covid-19.

È sempre stata chiara la stretta correlazione che intercorre tra alimentazione e salute, in quanto un regime alimentare inadeguato, oltre a incidere negativamente sul benessere psico-fisico, rappresenta uno dei principali fattori di rischio per l’insorgenza di numerose patologie.

Nel mese di marzo, Il Dott. Sukkar si è quindi concentrato su un eventuale supporto nutrizionale dal punto di vista immunomodulatore. In particolare, è stata presa in considerazione una possibile ipotesi di trattamento, analizzando il fatto che la sindrome da Covid, porta alla morte e al ricovero a causa della tempesta o sindrome citochinica, provocata  dall’iperattivazione dei macrofagi M1, cellule infiammatorie che si trovano nell’alveolo polmonare allo stato di quiescenza e che si attivano nel momento in cui arriva un virus. Il metabolismo dei macrofagi M1 metabolismo è quasi esclusivamente glicolitico: ovvero utilizzano esclusivamente lo zucchero per produrre energia. Di conseguenza, se si riduce il glucosio come fonte energetica primaria, si riduce il nutrimento per gli M1.

La dieta chetogenica, apportando una quantità di glucosio inferiore a 30 grammi al giorno, porta ad una minore disponibilità di nutrienti per i macrofagi M1, e rappresenta quindi la soluzione alimentare più adeguata. Oltre a fermare l’iperattivazione dei macrofagi M1, fornire una quantità elevata di grassi rispetto agli zuccheri, facilita anche il processo di guarigione, favorendo l’azione positiva degli M2. Questo perché i macrofagi M2, macrofagi spazzini, sono cellule voraci di grassi, che utilizzano come fonte energetica. Inoltre, la presenza di acidi grassi omega 3 all’interno di questo regime alimentare, riduce il processo infiammatorio.

I risultati positivi di questa teoria si sono riscontarti su 38 pazienti  comparati a 76 pazienti che non avevano seguito questo regime alimentare. È stata registrata una significativa riduzione della mortalità per Covid e del numero di pazienti ricoverati in terapia intensiva.

Tuttavia, la dieta chetogenica ha le sue controindicazioni, ed è quindi fondamentale essere seguiti da un professionista del settore, prima di iniziare questo tipo di percorso alimentare.

Per maggiori informazioni, richiedi una consulenza al Dott. Giuseppe Pisano.

Le noci sono preziose alleate della nostra salute grazie alla loro azione antiossidante, anti-colesterolo e di prevenzione nei confronti delle malattie cardiache.

Sono innanzitutto ricche di sali minerali (magnesio, potassio, ferro e calcio), vitamine (soprattutto vitamina E, acido folico e vitamine del gruppo B) e proteine.

Contengono, inoltre, grassi “buoni”, ovvero gli acidi grassi omega 3, che aiutano ad abbassare il livello di colesterolo LDL e prevengono le infiammazioni. Grazie al contenuto di acido ellagico, un potente antiossidante naturale, sono ottime anche per rafforzare il sistema immunitario.

Infine, contengono melatonina, una sostanza che regola il ritmo sonno-veglia, e arginina, un amminoacido che fornisce energia all’organismo.

I benefici di questo alimento sono notevoli. Innanzitutto, grazie all’elevato contenuto di acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi (Omega 3 e Omega 6), oltre ad aiutare ad abbassare i livelli di colesterolo LDL, hanno azione antinfiammatoria e antitumorale.

La vitamina B1 regola il metabolismo energetico, il funzionamento del sistema nervoso e muscolare. La vitamina B6, invece, regola la sintesi di serotonina, rafforza il sistema immunitario e previene disturbi neurologici. La vitamina B9, meglio conosciuta come acido folico, e il ferro, sono fondamentali per la corretta produzione di emoglobina e per combattere l’anemia.

Lo zinco contenuto nelle noci è utile per prevenire le malattie della prostata. Se consumate a cena, grazie alla melatonina, aiutano a combattere l’insonnia. Inoltre, l’elevato apporto energetico e le numerose vitamine che contengono le rendono l’alimento perfetto per le donne in gravidanza, i bambini, gli sportivi e le persone convalescenti.

Essendo poi ricche di proteine vegetali, calcio e ferro, sono molto utili nelle diete vegetariane e vegane, per sostituire la carne e i derivati animali. Infine, la vitamina E ha proprietà antiossidanti, mentre il magnesio favorisce il corretto funzionamento del sistema muscolare.

In media, si consiglia di mangiarne 30 grammi al giorno (che corrispondono a circa otto noci), per beneficiare di tutte le proprietà, senza rischiare un aumento di peso dovuto all’elevato apporto calorico.

L’ideale sarebbe consumarle a colazione, magari insieme allo yogurt, oppure come spuntino, insieme ad un frutto. Possono anche essere aggiunte all’insalata, per renderla saporita e ricca di proprietà, o nella macedonia.

L’ intolleranza alimentare è uno de disturbi  più comuni legati al cibo.

  • Quelle enzimatiche sono determinate dall’incapacità, per difetti congeniti, di metabolizzare alcune sostanze presenti nell’organismo. L’intolleranza enzimatica più frequente è quella al lattosio, una sostanza contenuta nel latte; un altro esempio di intolleranza dovuta alla carenza di un enzima è il favismo.
  • Le intolleranze farmacologiche si manifestano in soggetti che hanno una reattività particolare a determinate molecole presenti in alcuni cibi.
  • In alcuni casi, infine, la reazione può essere dovuta ad alcuni additivi aggiunti agli alimenti. Non è ancora chiaro se in questo caso si tratti di intolleranza o di allergia: non ci sono prove che la reazione abbia basi immunologiche, ma le manifestazioni sono così variabili che non si può escludere la possibilità di un’interazione tra meccanismi biochimici e meccanismi mediati immunologicamente.

Sintomi e complicanze

La sintomatologia associata alle intolleranze alimentari è piuttosto variabile: generalmente si riscontrano sintomi prettamente intestinali (gonfiore, dolori addominali, diarrea, vomito, perdita di sangue con le feci), in alcuni casi sono presenti anche mal di testa, sonnolenza, palpitazioni. Le allergie, invece, poiché sono scatenate da meccanismi immunologici, possono manifestarsi anche senza sintomi intestinali.

La sintomatologia legata alle intolleranze può in alcuni casi divenire cronica; le allergie possono avere anche complicanze più gravi, fino allo shock anafilattico.

L’indagine utilizzata per accertare la diagnosi consiste nell’individuare l’alimento sospetto, eliminarlo dalla dieta per 2-3 settimane e poi reintrodurlo per altre 2-3 settimane. Se i sintomi scompaiono durante il periodo in cui viene abolito l’alimento e si ripresentano nel momento in cui viene reintrodotto nella dieta si tratta di una reazione avversa al cibo. A questo punto si verifica, attraverso test diagnostici, se è coinvolto il sistema immunitario e se si tratta pertanto di un’allergia; in caso contrario il disturbo è molto probabilmente dovuto a un’intolleranza.

Oggi esistono anche dei “test alternativi” (per esempio il test citotossico) per diagnosticare le intolleranze alimentari, ma sono privi di attendibilità scientifica e non hanno dimostrato efficacia clinica.

Il trattamento per le intolleranze alimentari, come per le allergie, consiste nell’eliminare dalla dieta o consumare in piccole quantità gli alimenti che provocano la reazione.

Intolleranza al lattosio

La più comune intolleranza enzimatica è quella al lattosio, generalmente ereditaria e molto diffusa in Asia e in alcune regioni dell’America. In Europa, è più frequente nelle aree mediterranee, tra cui l’Italia.

Il lattosio è lo zucchero contenuto nel latte. Prima di essere assorbito e utilizzato dall’organismo il lattosio deve essere scomposto nelle sue componenti, il glucosio e il galattosio. Per effettuare questa operazione è necessario un enzima chiamato lattasi. Se non vengono prodotte sufficienti quantità di lattasi una parte del lattosio può non essere digerito.

Una scarsa produzione di lattasi non implica necessariamente l’intolleranza al lattosio. Pertanto, questa intolleranza può essere ridotta attraverso la graduale reintroduzione nella dieta dei cibi contenti lattosio.

La sintomatologia è dose-dipendente: maggiore è la quantità di lattosio ingerita, più evidenti sono i sintomi, che possono includere flatulenza, diarrea, gonfiore e dolori addominali.
In caso di diagnosi di intolleranza al lattosio non è sempre necessario eliminare i prodotti che lo contengono, a volte è possibile individuare la quantità di lattosio che può essere tollerata senza scatenare sintomi. Se l’intolleranza è lieve possibile controllare i sintomi bevendo il latte durante i pasti, sostituendo i prodotti freschi con quelli fermentati, bevendo latte povero di lattosio. Alcuni formaggi (parmigiano, emmental, cheddar, edam) contengono pochissimo lattosio. Se l’intolleranza è grave è importante fare attenzione e leggere accuratamente le etichette degli alimenti: il lattosio, infatti, è utilizzato in molti cibi pronti.

Nei mesi autunnali bere una bella tisana, soprattutto la sera prima di andare a dormire, è davvero molto piacevole. Tra le tantissime alternative che abbiamo a disposizione, le più adatte sono quelle che ci aiutano ad aumentare le difese immunitarie.

Solitamente contengono spezie e miscele di frutta: le proprietà antibatteriche, fornite da questi ingredienti, aiutano infatti a scongiurare i malanni della stagione. Vediamo quindi alcuni ingredienti per le tisane più adatte in autunno.

  • Yogi tea, contiene zenzero, pepe nero, cardamomo, cannella e chiodi di garofano. Lo zenzero è un antibiotico naturale, e aiuta anche a combattere lo stress. Per quanto riguarda la cannella, oltre ad essere a dare un ottimo sapore, è anche antiossidante, antibatterica, e aiuta a stimolare le difese immunitarie facendo fronte a raffreddori e altri malanni dell’Autunno. Se avete la tosse, non potete fare a meno del cardamomo nelle vostre tisane, che fa bene anche in caso di raffreddore. I chiodi di garofano vi aiuteranno invece a digerire, facendo fronte al mal di testa e alla stanchezza. Per quel che concerne il pepe nero, esso è un buon antisettico ed espettorante.
  • Tisana con malva, conosciuta per i suoi bellissimi fiori viola, viene utilizzata per combattere numerosi disturbi: dalla tosse al mal di gola al mal di stomaco. Perfetta inoltre per alleviare le infiammazioni dovute alle punture d’insetto, ha anche un effetto emolliente e idratante per la pelle. Per la preparazione della tisana potete utilizzare sia i fiori che le foglie: fate bollire 6 foglie fresche o qualche foglia essiccata in circa 500 ml di acqua, filtrate e in caso aggiungete un po’ di miele.
  • Tisana con melissa, l’ideale per stress e insonnia. Per realizzare l’infuso fate bollire insieme alle foglie essiccate di melissa anche la scorza d’arancia o di limone e poi lasciate in infusione per qualche minuto.
  • Tisana con lavanda e salvia, ricche di  proprietà benefiche. La salvia permette di realizzare un gradevole infuso dalle proprietà digestive; la lavanda, i cui fiori devono essere raccolti a fine estate e lasciati essiccare, ha invece proprietà calmanti e rilassanti.
  • Tisana alla menta, perfetta per alleviare numerosi disturbi. Dalle sue foglie si ottiene un infuso dalle proprietà digestive e tonificanti da utilizzare anche in caso di mal di denti o infiammazioni gengivali.

L’uva è uno dei frutti che meglio rappresenta l’immagine dell’autunno.

Questo frutto è capace di portare numerosi benefici per la salute: tratta la costipazione, l’indigestione, la stanchezza, i disturbi renali, la degenerazione maculare e la prevenzione della cataratta.

L’uva è ricca di vitamine A, C, B6 e folati oltre a minerali essenziali come potassio, calcio, ferro, fosforo, magnesio e selenio. Nell’uva sono presenti i flavonoidi, che sono antiossidanti molto potenti: possono ridurre i danni causati dai radicali liberi e rallentare l’invecchiamento cellulare.

Nello specifico i benefici maggiori li riscontriamo per i problemi di:

Asma

L’uva può essere utilizzata come sostegno alla cura per l’asma, in quanto possiede un elevato potere idratante, che aumenta l’umidità presente nei polmoni e riduce le manifestazioni asmatiche.

Salute delle ossa

L’uva è una meravigliosa fonte di micronutrienti come rame, ferro e manganese, che sono importanti per la formazione e la forza delle ossa. L’aggiunta di uva nella vostra dieta su base regolare può prevenire l’insorgenza di condizioni legate all’età come l’osteoporosi.

Il manganese è un elemento estremamente importante nel corpo, che aiuta il metabolismo delle proteine, la formazione di collagene, e il funzionamento del sistema nervoso.

Malattie cardiache

L’uva aumenta i livelli di ossido nitrico nel sangue, e ciò impedisce la formazione di coaguli. Pertanto, il vino o il succo di uva sono un modo efficace per ridurre le probabilità di attacchi di cuore.

Inoltre gli antiossidanti presenti nell’uva prevengono l’ossidazione del colesterolo LDL, che blocca i vasi sanguigni ed è un collaboratore principale per varie problematiche coronariche.

Il colore dell’uva è dettato dall’elevata presenza di flavonoidi. I due tipi principali sono resveratrolo e quercetina: due composti che eliminano gli effetti dei radicali liberi che minacciano il corpo. Inoltre questi due flavonoidi antiossidanti agiscono come una squadra di pulizia per ridurre la formazione piastrinica di grumi e filtrare le tossine dal sangue.

Emicrania

Il succo d’uva matura è un importante rimedio casalingo per curare l’emicrania. Va bevuto la mattina presto, senza aggiungere acqua.

Ironia della sorte, bere vino rosso è spesso considerato una causa di emicrania, ma l’estratto di succo d’uva e semi d’uva è in realtà una soluzione per il problema. Ci sono molte cause dietro l’emicrania, e può essere difficile individuare il colpevole, poiché possono comprendere squilibri chimici, mancanza di sonno, cambiamenti nel tempo, o carenze dietetiche.

Stipsi

L’uva è molto efficace per superare ed eliminare la costipazione. Viene classificata come alimento lassativo, perché contiene acidi organici, zuccheri e cellulosa. E’ anche in grado di alleviare la costipazione cronica tonificando i muscoli intestinali e dello stomaco.

L’uva è ricca di fibre insolubili, il che significa che rimane intatta mentre si muove attraverso il tratto digestivo. Si accumula massa, che promuove la formazione e l’escrezione delle feci in maniera sana.

Tuttavia, se si soffre di diarrea, l’uva non deve essere usata.

Anemia

Il succo d’uva bianca in forma di integratori contiene una buona quantità di ferro e previene l’affaticamento. L’anemia è un vero problema per molte persone, e l’uva da tavola può aiutare a mantenere i livelli di ferro e minerali ben bilanciati nel corpo.

Tuttavia, il succo d’uva scura non ha la stessa capacità.

Disturbi renali

L’uva può ridurre sensibilmente l’acidità dell’organismo (in particolare l’acido urico) e anche aiutare a eliminare l’acido dal sistema, riducendo lo stress e la pressione sui reni. Infatti contenendo un elevato quantitativo di acqua, l’uva induce la minzione, ed aiuta ad eliminare l’acido urico presente nel corpo e ridurne l’acidità.

Attività antibatterica

L’uva rossa ha forti proprietà antibatteriche e antivirali in grado di proteggere dalle infezioni in particolare contro il virus della polio e il virus dell’herpes simplex. Gli studi hanno anche dimostrato che il succo d’uva può affrontare le infezioni batteriche nell’intestino e in altri sistemi.

Alzheimer

Il resveratrolo, un polifenolo benefico presente nell’uva, riduce i livelli di amiloide-beta peptidi nei pazienti con Alzheimer.

Gli studi suggeriscono che l’uva può migliorare la salute del cervello e ritardare l’insorgenza di malattie degenerative neuronali. Uno studio pubblicato sul British Journal of Nutrition afferma che il succo d’uva può anche migliorare la funzione del cervello delle persone anziane che hanno già un decadimento cognitivo lieve.

Sistema immunitario

L’uva non è solo ricca di flavonoidi e minerali, ma anche di vitamine.
In particolare gli alti livelli di vitamina C, K, e A, sostengono il sistema immunitario.

Prevenzione del cancro

L’uva ha proprietà antitumorali grazie all’effetto anti-infiammatorio del resveratrolo.
E’ particolarmente efficace nel ridurre le probabilità di cancro del colon-retto e della mammella.

In conclusione, l’uva gioca un ruolo fondamentale nella prevenzione di un gran numero di disturbi di salute e può essere utilizzata come un rimedio base per diversi problemi.

Con l’arrivo dell’autunno il nostro organismo risente dei cambiamenti in atto: aumenta l’umidità, diminuiscono le temperature e le giornate si accorciano, ciò porta un senso di malessere generale.

Il nostro corpo prova ad adattarsi a questa nuova condizione cercando di produrre la quantità giusta di ormoni che regolano il ritmo sonno-veglia, la fame e l’umore. Con la riduzione delle ore di luce, infatti, diminuisce la produzione di serotonina e aumenta quella di melatonina, per questo avvertiamo stanchezza e cali d’umore, inoltre l’appetito aumenta e si abbassano le difese immunitarie.

Per ridurre al minimo questi sintomi è importante sfruttare le ultime giornate di sole e mangiare cibi che aumentano la produzione di serotonina e rinforzano le difese immunitarie.

L’alimentazione può quindi aiutarci ad affrontare al meglio il cambio di stagione:

  • tra i cereali preferite quelli di stagione come l’avena che contiene proteine, sali minerali e triptofano, precursore della serotonina. Tra le valide alternative troviamo anche il miglio, il grano saraceno, l’amaranto, l’orzo e il farro, ideali per preparare delle ottime zuppe con l’aggiunta, magari, di verdure di stagione;
  • i legumi, grazie al contenuto di fibre e proteine,  aiutano a mantenere l’intestino regolare e donano energia. Le proteine, inoltre, fanno sì che ceci, soia, lenticchie e fagioli, siano pietanze ottime da consumare anche come piatto unico, in quanto forniscono anche la giusta quantità di carboidrati;
  • non può mancare la frutta secca, quindi noci, mandorle, anacardi, nocciole, tutti frutti oleaginosi che donano energia al nostro organismo in quanto ricchi di ferro, magnesio, potassio, fosforo e zinco. Ottimo alimento anche grazie al contenuto di Omega 3, acidi grassi essenziali che non possono mancare per il benessere del nostro organismo e per affrontare al meglio la stagione fredda.
  • tra i frutti da preferire ci sono: mandarini e arance che sono ricchi di vitamina C e ci aiutano a rinforzare le difese immunitarie, oltre a rallentare l’invecchiamento delle cellule, mantenendo la pelle più giovane e tonica. Le mele contengono pochi zuccheri ma, grazie alla pectina, aiutano a tenere sotto controllo l’indice glicemico, tenendo a bada glicemia e sovrappeso, inoltre contengono molte vitamine, tra cui la vitamina C e vitamine del gruppo B. I cachi sono frutti autunnali dal sapore zuccherino, preziosi per le loro proprietà diuretiche e drenanti, inoltre apportano molta energia, grazie alla buona quantità di potassio presente in questi frutti, e rinforzano il sistema immunitario prevenendo malanni di stagione. Anche l’uva è un alimento che non può mancare sulle nostre tavole, è ricca di vitamine e sali minerali, la buccia dell’uva rossa è poi ricca di polifenoli che riducono l’accumulo di grassi nel fegato e di zuccheri nel sangue con benefici anche sulla pressione arteriosa. Infine, le pere che contengono zuccheri semplici, ideale come frutto da consumare anche se si segue una dieta ipocalorica, inoltre ha un buon contenuto di fibre utili per regolarizzare l’intestino;
  • le verdure da prediligere sono quelle a foglia verde come bietole, verza, spinaci alimenti ricchi di vitamine, che svolgono un’azione antiossidante e antietà proteggendo non solo la pelle ma anche la vista. Non devono mancare anche rape, rapanelli, barbabietola e il radicchio, che aiuta a depurare l’organismo, oltre ad essere l’alimento ideale per chi soffre di reumatismi e artrite. Anche la zucca apporta benefici al nostro organismo in autunno, contiene betacarotene, protegge il sistema circolatorio e hanno proprietà antitumorali oltre a contenere vitamina A, B e C e minerali come calcio, sodio, potassio, ferro, magnesio che donano energia all’organismo. L’ideale sarebbe includere le verdure ad ogni pasto, meglio se crudi oppure cotti al vapore.